A trent'anni dall'incarcerazione del conduttore televisivo, "il più grande esempio di macelleria giudiziaria", come scrisse Giorgio Bocca, e a venticinque dalla sua morte, un saggio vuole ripercorrere la parabola di quest'uomo e, al tempo stesso, vuole ricordare l'Italia di quegli anni, con i suoi miti, le sue contraddizioni, la confluenza tra pubblico e privato, il fango, la gloria, le emozioni, la comunicazione, la televisione. Si tratta di Enzo Tortora Dalla luce del successo al buio del labirinto, scritto da Daniele Biacchessi per i tipi di Aliberti editore.
La postfazione è di Silvia Tortora, figlia del conduttore, che ricorda: "Mio padre non è stato solo un presentatore radio televisivo come molti lo ricordano ancora oggi. E' stato molte cose. Era prima di tutto un giornalista, un inviato e uno scrittore. Poi era una persona colta, di buone letture, un uomo che utilizzava in modo appropriato le parole, che sapeva coniugare i congiuntivi, che esprimeva quello che aveva dentro in modo diretto, senza filtri, senza nessun condizionamento. Era uno che non amava i salotti della politica, i circolini degli intellettuali. E' stato un grande inventore di format straordinari e vincenti della radio e della televisione. Mio padre era soprattutto un uomo libero da tutto: libero da schemi, da condizionamenti politici".
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